Articoli di Giovanni Papini

1929


Il Dio degli atei

Pubblicato su: Il Frontespizio, n. 0, supplemento al N. 7 del catalogo Generale della Libreria Editrice Fiorentina. Festa del libro, Firenze, pp. 1-2
(1-2)
Data: 26 maggio 1929




pag. 1


pag. 2


  1

   Sono nel mio alpestre lavoratoio. Da due parti mi circondano í libri; dall'altre due í monti. Immagine della mia vita, trascorsa tra il parlar dei morti e il mormorar delle piante. La sera s'avvia per smorzare il mondo: ogni giorno diversa, ogni volta più bella. Il grigiore ferroso dei crepuscoli d'autunno occupa già gli schienali a bacio, ma su in alto che munificenza di grigi, di rosacei, di cerulei! Se non fossero i colpi secchi dell'accetta che mi fanno male al cuore (domani ci sarà un albero vivo di meno) non avrei di che nutrire la mia vorace malinconia.
   A molti il mondo par brutto. Siamo noi che siam brutti dentro, spesso, e vediamo la nostra bruttezza riflessa nel mondo. Una volta un essere in aspetto d'uomo, ma che pareva un baco spento, mi disse che odiava la campagna. Diffidate di colui che odia la solitudine: vuol dire che la sua compagnia gli è odiosa. Diffidate di colui che non ama la campagna: vuol dire che ha paura di Dio.
   Ha paura di una testimonianza, troppo manifesta per essere agevolmente ricusata. Ha paura di dover riconoscere Dio anche in sè stesso, in quel silenzio dilatante e riverente che non permette finzioni, sotterfugi, scappatoie. Nei garbugli delle società rammontate, l'ipocrisia ci concede anno per anno proroghe e moratorie. Ma è possibile mentire al cielo, al deserto, alla notte?
   Rinsacca le filosofie dello spirito - poveri segni senza connessione col respiro dell'anima, colla ricchezza infinita dell'essere — e prova a dir forte, dinanzi a un pezzo qualunque della creazione, che questa meravigliosa macchina si regge per un miracolo costante di coincidenze, di atomi, di monadi, di spiriti.
   Risponde Dio: tu non cercheresti di uccidermi se tu non sapessi ch'io son vivo, il Dio dei viventi.
   Se Dio non esistesse tu stesso che lo neghi non esisteresti. Per negarlo devi adoprare il pensiero, pronunciar parole: ma nel primo atto del tuo pensiero Dio è già presente e la prima parola che pronunci contiene, senza che te ne accorga, l'affermazione di Dio. A Dio non si sfugge: se l'affermi l'ami, se vuoi sopprimerlo lo riconosci. Qualunque cosa si dica non si fa altro che parlar di Dio. E di che altro si potrebbe parlare se non di Dio? Ogni altro discorso è inintelligibile, perchè dove non si presuppone l'essere e la legge si emettono suoni senza senso, e l'essere e la legge non son pensabili al di fuori della divinità.
   Ci sono molti che provano Iddio coi ragionamenti e i sillogismi. Li ascolto e li venero perchè le riprove giovano agli immemori e illuminano í convinti, ma gli argomenti più persuasivi dell'esistenza di Dio lí trovi nei discorsi degli atei.
   Costoro s'immaginano di negare Dio mentre confessano di averlo perduto. Hanno paura di Dio e si vantano di averlo ucciso colla speranza d'aver soffocato il loro spavento. Non lo sentono più dentro sè e questa interna solitudine li fa uscir di sè. Hanno terrore dei suoi comandamenti, della sua potenza, della sua onniveggenza. Oppure sono così onnubilati e ravvolti dalla sensualità torbidosa che non sanno più di possederlo, non sanno riconoscerlo. Ed allora, come liberati da una sorveglianza, da un peso, vanno dicendo che Dio è abolito, superato, morto. Tremano all'idea di un suo ritorno: di quel tremore è fatto il loro ateismo.
   Tu non mi cercheresti se non mi avessi trovato, dice il Dio di Pascal. Non mi uccideresti se tu non mi sentissi vivere, dice il Dio degli atei.
   L'escogitazioni dei negatori per render ragione della esistenza delle cose sono í più validi contrafforti della fortezza tomista. Tutte le strade che gli atei precipitosamente percorrono, assillati dalla paura di Dio, menano alla nichilità del pensiero, all'inanizione dell'anima. Chí li segue non ha scelta che tra il nulla e il ritorno. Molti, non abili a riconoscere la morte sotto


  2

í cenci frangiati delle parole, si baloccano sugli orli degli abissi; gli altri, quelli che hanno occhi e vedono, che hanno orecchi ed odono, tornano verso quella porta stretta che introduce alla divina cerchia delle verità eterne.
   Perciò dobbiamo grandissima gratitudine agli atei: sono gli iloti della Gerusalemme cristiana. E in qual modo manifestare meglio la nostra gratitudine che nel richiamarli alla vera patria della quale, pur disertori e fuggiaschi, son cittadini? Nel renderli consapevoli della certezza soprannaturale ch'è involta nei loro no? Nel liberarli dallo spavento di Colui che per amore li insegue?
   Perchè non ho di quelle parole sfolgoranti che son di per se stesse ostensioni e incantazioni? V'è un'altra lingua oltre questa, troppo terrosa ancora per formare i canti che sciolgono le pietrezze dei cuori e vincono le riluttanze degli intelletti? La lingua che doveva parlare Adamo nel paradiso, intrisa di luce e di odori, che può esprimere soltanto verità, amore, adorazione; fatta di parole valide per la terra ed il cielo; commiste di cielo e di terra; di parole che volticano le anime e le imparadisano in una ferma illuminazione di concordia?
   Ma le nostre lingue che risentono, come ogni altra opera umana, del dinervamento della caduta, non sono che incastonature di piombo per diamanti sognati. Non ho fra le mani che rena: la passo tra i diti, al sole, e mi par che scintilli.
   Ma sulla fine del giorno non è che povera polvere bigia che il vento disperde.


◄ Indice 1929
◄ Il Frontespizio
◄ Indice cronologico